L'arco e la bacchetta

«Quando ero bambino mio padre diceva che non appena avessi raggiunto l'altezza della maniglia del frigorifero di casa mi avrebbe fatto iniziare a studiare il contrabbasso. Quando raggiunsi quel tanto sperato traguardo, avevo circa 10 anni, mi guardò la mano e sentenziò che potevo cominciare. Abituato com'ero a suonare il pianoforte che ha un suono immediatamente gradevole, all'inizio fu molto frustrante faticare per tirare fuori un suono decente: ma la disciplina, l'impegno, l'amore per la musica e la determinazione alla fine mi hanno portato a delle belle soddisfazioni». E di soddisfazioni ne ha davvero avute tante Francesco Siragusa. Fuoriclasse fin da giovanissimo – quando vince il Concorso Giovanni Bottesini e si afferma al Concorso di Ginevra – il musicista siciliano di Carini è Primo Contrabbaso del Teatro alla Scala e della Filarmonica dal 2003. Il suo talento solistico è internazionalmente noto, e Amadeus l’ha testimoniato nel settembre 2007 col cd dedicato al Bottesini cameristico, vate dei contrabbassisti.

In versione concertistica, anche questo disco torna fatalmente al compositore ottocentesco, ed è l’occasione per approfondire il discorso col maestro sul contrabbasso, strumento fondamentale dell’orchestra con inaspettate qualità liriche, e sull’amato Bottesini.

Certo che le dimensioni del contrabbasso non sono proprio agevoli…

«Ah, non lo dica a noi contrabbassisti che dobbiamo armarci di santa pazienza: quando dobbiamo trasportare lo strumento – e le garantisco che non è semplice, non solo per le notevoli dimensioni, anche per la sua delicatezza – è vietato urtare contro qualsiasi cosa, pena una corsa dal liutaio più vicino (quando si trova) per riparare il danno più o meno grave. Bisogna calcolare le misure di tutto ciò che ti circonda, è come se il corpo fosse un tutt'uno col contrabbasso. Senza contare lo sguardo che hanno le persone quando magari sali su un treno o su un mezzo pubblico: a metà tra stupore e commiserazione. Poi per me è difficile anche andare in vacanza, poiché avendo tre figli più il contrabbasso le lascio immaginare i miei viaggi in macchina fino in Sicilia d’estate: una vera odissea».

Perché non c’è molto repertorio per contrabbasso, specie contemporaneo?

«Credo per l’errata mentalità secondo cui il contrabbasso non si presta al solismo. Ma non è così. È vero che non abbiamo molta musica se si esclude Bottesini e qualche altro autore, ma è importante ampliare il repertorio di uno strumento che oggi tecnicamente non è inferiore a nessun altro, perché è sonoramente completo: può essere violino grazie alla possibilità di usare gli armonici, può diventare stupendamente violoncello e, me lo lasci dire, con una voce molto più somigliante a quella umana, e può essere un contrabbasso: ai compositori la possibilità di sbizzarrirsi!».

Meno male che c’è stato il grande Bottesini…

«Per noi contrabbassisti è ovviamente un punto di riferimento importantissimo, e lo è per me in particolare avendo vinto il primo premio al concorso a lui dedicato. Come autore e direttore d'orchestra era di indubbie capacità musicali. Verdi gli affidò la prima dell'Aida al Cairo; c'è una corrispondenza molto fitta tra i due che testimonia la grande stima che aveva Verdi nei suoi confronti. Mi piace ricordare una lettera che Verdi scrisse a Ricordi: “Sapendo che tutti e dappertutto i contrabbassi stonano mando le posizioni”, che sono di Bottesini, “mettetele dunque nella partitura”. Questo lo scriveva a proposito dell'assolo di contrabbassi dell'atto quarto dell'Otello».

Ma com’è il contrabbasso di Bottesini?

«È uno strumento che pensa sempre alla voce umana, e questo è molto evidente anche nel Concerto in si minore del disco: nel primo tempo (dove c'è una bellissima cadenza che mette in risalto tutte le possibilità timbriche del contrabbasso), e soprattutto nel secondo movimento, contraddistinto da un intenso lirismo. Il terzo tempo  io lo sento più come una danza spagnola, molto vicina allo spirito latino, dove nell'ultima pagina è descritta alla perfezione un'ansia senza via di scampo alla ricerca di una disperata soluzione vitale.

Del Concerto abbiamo diverse versioni scritte dallo stesso Bottesini, la cui differenza fondamentale è nell'accordatura. Per ottenere sonorità più brillanti, il compositore amava suonare mezzo tono sopra rispetto alla normale accordatura da solista (La Mi Si Fa#) ancora oggi in uso; per cui era costretto a riscrivere anche la parte dell'accompagnamento mezzo tono sopra. Ma c'è dell'altro: modificava i suoi pezzi di volta in volta sulla base di ripensamenti sperimentati durante le sue esecuzioni in concerto. Questa sua personale modalità di scrittura è testimoniata dai manoscritti che ci ha lasciato e spiega le diversità tra una versione e l'altra».


«C'è sempre stata una grandissima stima reciproca e molto rispetto con Fabrizio. Quello che mi ha stimolato in questo progetto è stata proprio l'idea di poter duettare con un grandissimo musicista come lui e sperimentare l’unione di due strumenti apparentemente così diversi. L'intesa è subito stata perfetta. Ringrazio anche il direttore Rojatti per l’ottimo lavoro svolto e l'orchestra che ha collaborato in maniera sublime e con passione: ringrazio uno a uno tutti i componenti».

Ha un sogno nel cassetto?

«Non è un sogno vero e proprio, ma un grande desiderio: quello di veder crescere in salute e in serenità i miei tre figli Alice, Andrea e Isabella, la luce dei miei occhi».

 

1 Novembre 2010

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